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76 . RIFORMA DEL CLERO & APPARTENENZA AL PRESBITERIO di don Alessandro Giannattasio

Categoria: C- Rapporti con gli altri preti Pubblicato: Mercoledì, 03 Ottobre 2018

Il prete diocesano è uno che ha scoperto di aver ricevuto la “vocazione” al sacerdozio.

Il prete è persona libera ma consacrata: liberamente ha messo la sua vita tutta nella mani di Dio a servizio della Chiesa locale. Ha assunto liberamente incarichi ed uffici: l’obbedienza filiale senza riserve al proprio Vescovo, la celebrazione della Liturgia delle Ore per la propria santificazione e per il popolo di dio che gli è affidato.

Il presbitero quindi, non è un battitore libero, un libero professionista, un pensatore in solitaria, ma è persona consacrata a Servizio (diaconia) del Vangelo, inserito in un presbiterio in comunione con il Vescovo.

Il presbitero quindi appartiene innanzitutto al “presbiterio” Diocesano che si concretizza nel “presbiterio di Decanato”, luogo ordinario di relazioni, di collaborazioni pastorali e di aiuto fraterno di crescita spirituale di custodia del dono prezioso della vocazione.

1- Card Scola, Lettera Pastorale 2015-2016, “Educarsi al pensiero di Cristo”, pag.66: “Il nostro presbiterio è chiamato ad intensificare esercizi di comunione e a porre in atto processi di rinnovamento nella pratica del ministero. La preghiera comune, il confronto stabile, la condivisione e la convivialità tra ministri ordinati aiuta molto a rinnovare il modo di pensare. La prima “conversione” richiesta è la consapevolezza del dono della comunione che ci precede sempre e che ci fa imparare a “pensare con”, a “pensare insieme”, a sentire in ogni cosa con la Chiesa, vincendo il rischio dell’individualismo.

2- “Si diedero la destra”, Quaderni della Formazione Permanente del clero, n.7, pag.78: “siamo corresponsabili in solido della missione della Chiesa. Questo deve fare in modo che ciascuno si concepisca, insieme agli altri, responsabili nei confronti di tutto il popolo di Dio, non smarrendo il senso della totalità nella missione, evitando di ritagliarsi una missione su misura che corrisponda a un particolare “sentire”, avvertito immediatamente come più consono. Anche l’assunzione della responsabilità particolare presuppone l’orizzonte totale della missione ecclesiale. Il tutto viene prima della parte anche nel vivere la propria missione peculiare”.

Quello che mi aspetto dal “mio Decanato”, dal Decanato che il Vescovo mi ha dato di vivere è trovare una “collaborazione fraterna” sul “territorio del Decanato come fosse il territorio di missione di tutti e di ciascuno.

Ho bisogno di vivere sinergie di iniziative e potenzialità: facciamo conoscere tra le Parrocchie i “pellegrinaggi”, le proposte di catechesi per Adulti, le Liturgie che si vivono. Ho bisogno di respirare una reale e concreta fraternità presbiterale in Decanato: tutti i preti di uno stesso Decanato li penso mandati insieme a collaborare strettamente in modi trasversale.

Ho bisogno della vicinanza del Vescovo. Sogno un ripensamento delle Zone. Non più 7, ma 12, come i 12 Apostoli.

-Primo guadagno: così si elimina la Zona VI, che per tanti aspetti si porta con sé una “cattiva nomea”

-Secondo guadagno: ogni Zona ha un santo Apostolo protettore, modello, riferimento, guida spirituale. Uno dei 12. La Comunione e l’Unità è sempre richiamata.

-Terzo guadagno: ogni zona, più piccola delle attuali, potrà avere un Vicario Episcopale più presente sul territorio e nelle Parrocchie, una presenza operativa e più collaborativa anche in fase di sostituzione del parroco, o di sede vacante o di incontri ordinari in Parrocchia in cui necessita la presenza del “Vicario del Vescovo”                                          

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