88 – IL PROGETTO EDUCATIVO PARROCCHIALE – EDITORIALE (la via della sinodalità tra preti)

Categoria: D - Rapporti con i laici Pubblicato: Domenica, 16 Giugno 2019

La via della sinodalità nelle parrocchie richiede anzitutto che ogni parrocchia abbia il suo Progetto Educativo Parrocchiale (PEP): Formarlo è il primo compito del Consiglio Pastorale.

Se la parrocchia non ha il PEP vuol dire che l’unico che ha la visione d’insieme della parrocchia è il parroco, e tutti gli altri (compresi preti, diaconi e religiosi) sarebbero solo esecutori di quanto decide il parroco. Recentemente un parroco ha detto: “E’ il parroco che dà l’impronta alla parrocchia”; così si può commentare: si tratta di un parroco che segue il Concilio, il Concilio di Trento.
Se invece si riconosce che anche altri hanno una visione della parrocchia, allora è necessario scrivere il PEP, che tiene presenti tutte le visioni della parrocchia che sono nei fedeli.

La parrocchia è costituita dai fedeli: come essi desiderano che sia la parrocchia? Sono loro che lo determinano, formando appunto il PEP, che sarebbe la carta costituzionale della parrocchia. 
Similmente i fedeli decidono come sia la loro diocesi formando il Sinodo diocesano.
E possiamo estendere gli esempi: gli italiani stabiliscono come vogliono la loro società attraverso la  Costituzione; gli europei stabiliscono come vogliono la loro società: per questo si è votato il 26 maggio…

Il Progetto Educativo Parrocchiale non dovrebbe contenere ciò che la Parrocchia intende fare, ma come essa è strutturata, il suo organigramma: la struttura in “staff” comprendente i nomi dei preti, dei diaconi e degli operatori laici e religiosi delle azioni della chiesa; la struttura in “line” comprendente i responsabili delle azioni della chiesa che saranno svolte, cioè delle azioni che sono proprie della chiesa e che vanno compiute con l’intenzione di fare ciò che fa la chiesa;

Quanti sono impegnati nelle azioni della chiesa devono godere di una certa autonomia: sia perché devono partire da come ognuno le ha assimiliate, sia per il fatto che devono tener conto della capacità di accoglienza delle persone che hanno davanti a sé. Compiere queste azioni è il modo migliore per approfondire la propria fede testimoniale: è facile che catechiste, operatori della caritas… arrivino a dire che ciò che fanno è soprattutto un dono per loro stessi.

Il dedicare del tempo per aiutare gli operatori laici a comprendere sempre meglio il senso di quanto stanno facendo è un ottimo modo per provvedere alla loro formazione. Così ad esempio si esprimeva il Card. Scola: “I membri della Comunità Educante sono chiamati a lasciarsi educare dall’opera che compiono, devono lasciarsi educare mentre educano”. (Nota pastorale 2014-15, g).
 Quanti compiono un’azione della chiesa, si rendono conto della grandezza della loro opera e facilmente desiderano ritrovarsi in gruppo con quanti compiono la stessa azione per rassicurarsi sulla bontà di ciò che stanno facendo e per avere suggerimenti e stimoli per migliorare. Si formano così intese anche profonde: e la comunità si trova già fatta.

Quando gli impegni nascono dalla libera scelta dei fedeli vengono superati più facilmente atteggiamenti negativi (invidie, desideri di prevalere, critiche…)  che possono corrodere la vita di comunità. I fedeli così impegnati vengono a formare il nucleo forte della comunità, l’ovile capace di accogliere con gioia altri fedeli, i quali sostenuti dal loro entusiasmo possono iniziare a percorrere seriamente il cammino cristiano

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