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102 – I RAPPORTI TRA PRETI NELLE PARROCCHIE – Editoriale 32

Categoria: Editoriale Pubblicato: Giovedì, 04 Giugno 2020

Introducendo “il primato dell’evangelizzazione e la sinodalità”.       

Ci occupiamo dei ministri “secundi ordinis”, cioè i preti, che vivono nelle parrocchie, che sono ora organizzate sotto la guida di un parroco.

E’ oggi in vigore la struttura di chiesa gerarchica, piramidale: Papa- vescovo- parroci. Papa Francesco ha detto più volte che la piramide va capovolta (vedi  articoli 42, 88…).

 
Come si può organizzare la Parrocchia come piramide capovolta?
Anzitutto dando il primato all’evangelizzare. L’evangelizzare non è una attività tra le altre, ma l’espressione del proprio essere e della propria vocazione più profonda. Quindi evangelizzare è più che compiere azioni della Chiesa. E tutti i preti dovrebbero essere nella condizione di poter evangelizzare.
Il Consiglio Pastorale, che dovrebbe essere formato almeno in gran parte dagli evangelizzatori, come è detto nell’editoriale 31, prenderà in considerazione gli ambiti nei quali la parrocchia deve intervenire,  nominerà a guida  di ogni ambito un responsabile, al quale con le “ regole d’ingaggio” saranno affidati compiti relativi alle azioni della chiesa da compiere.  Perché usare questa espressione?
 
L’espressione “regole di ingaggio”, usata nella società civile, non fa parte del linguaggio ecclesiale. Essa stabilisce le regole per quanti ricevono il compito di agire. Utilizziamo questa espressione perché nella chiesa non ci sono attualmente espressioni equivalenti che la sostituiscano.
La società umana per vivere organizzata deve darsi molte strutture. La prima è la struttura della forma di governo. Nei nostri giorni la società considera la democrazia la forma di governo migliore (oppure il minor male). Anche la chiesa riconosce la validità della democrazia e delle libertà democratiche (le quali sono oggetto di discussione nella chiesa solo quando sono implicati principi e valori morali di fondo).
Le regole d’ingaggio non riguardano principi di fondo, quindi questa modalità di rapporto presente nella società può essere senza problema accolta nella chiesa.
 
Si distingue in questo modo quello che è il rapporto personale tra preti, che può sempre essere di vera fraternità, dal rapporto di collaborazione nella chiesa, che è precisato con le relative regole d’ingaggio.
Con la conseguenza che il rapporto dei collaboratori con il parroco non è di sottomissione “personale”.
 
Notiamo che i parroci sono restii a introdurre le regole di ingaggio, perchè sarebbero una limitazione al loro arrogato potere assoluto. E se le regole d’ingaggio fossero fissate dal solo parroco, Il programma pastorale sarebbe tutto e solo nella sua mente e gli altri preti (e laici) sarebbero solo esecutori di ciò che il parroco decide, incaricando l’uno o l’altro di metterlo in pratica.
 
Se non si dà il primato all’evangelizzazione, introducendo le regole d’ingaggio, i preti presenti in parrocchia non possono “evangelizzare”, avere - come preti - rapporti personali con i fedeli.
Solo il parroco è considerato pastore, e tutto deve dipendere da lui. In questo caso il male più grande non è che i preti vengono privati di una attività per la quale sono stati consacrati, ma è che la comunità viene depauperata poiché il parroco non può avere rapporti personali vivificanti con tutte le persone della parrocchia.  
 
Il risultato è che i preti presenti in parrocchia devono limitarsi a compiere le azioni della chiesa a loro affidate, prevale il parroco, l’individualismo, si fa presente il narcisismo che può arrivare a contaminare l’agire del prete.
 
E’ infine utile tener presente che le novità qui presenti possono essere introdotte senza dover cambiare articoli del codice o canoni del sinodo 46°. Basta solo un cambio di mentalità dei preti (specificamente dei parroci).
 

 

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