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85 - RIFLESSIONI SULL’EVANGELIZZAZIONE di don Carlo Galli

Categoria: G – Ministero dell’evangelizzazione Pubblicato: Mercoledì, 13 Febbraio 2019

Vi lascio una riflessione molto libera, molto spontanea. Bisogna tenere presente i grandi insegnamenti del magistero, ma non dobbiamo continuamente parlare di essi.

Sono stati scritti, sono stati letti, sono presenti alla mente. Dobbiamo tenere presente anche lo spirito con cui il nostro vescovo Mario sta parlando alla diocesi. Si ispira  al libro dell'Apocalisse, all'orizzonte  che non deve mai mancare nel giudicare la storia, l’orizzonte su cui tenere lo sguardo nel vivere la nostra vita e nel progettare il nostro lavoro apostolico.

E’ vero che non bisogna perdersi nei problemi, ma le diagnosi vanno doverosamente fatte per impostare un progetto pastorale. Lo sguardo è sull’orizzonte di Dio, ma con l’intelligenza ( intus legere) del momento storico

1 ) Allora io credo che la prima cosa che dobbiamo fare è partire dal primo mistero della fede: l'Incarnazione. Ho l'impressione che qualche volta andiamo troppo rapidamente, saltando qualche passaggio necessario, sulla Morte e Risurrezione. E’ chiaro che questo è il grande tema da annunciare ed è chiaro che quando Gesù parla della morte è sempre nella prospettiva della Resurrezione. Ma voglio dire che bisogna fare riferimento al primo mistero quello dell'Incarnazione, perchè il nostro modo di annunciare la Pasqua ha bisogno di vestirsi della pelle dell'uomo. Gesù ha voluto avere una voce da uomo, una sensibilità da uomo, si è preso il nostro peccato nel suo sangue, non nella sua coscienza. Allora proviamo a fare qualche considerazione dopo queste affermazioni: il nostro modo di predicare, il nostro modo di celebrare, soprattutto il nostro stile di vita, nascono da una sensibilità al vissuto della gente? Ci stiamo con il cuore nelle nostre responsabilità pastorali? Non si possono amare i programmi, si amano le persone. Non vorrei giudicare troppo, ma ho l’impressione che qualche confratello non sposi la realtà umana a cui è inviato, dove poi va svolto un compito specifico. Ripeto, “ ho l’impressione”, che la realtà sia rovesciata. Si ha in mente di realizzare alcune cose e se questo non è possibile si lascia la responsabilità di un rapporto con il vissuto reale delle persone. E’ un giudizio esagerato?

2 )  Siamo in un periodo in cui l’annuncio evangelico è chiaramente in minoranza nella nostra società. Veniamo da un periodo di pastorale “grassa”, così l’ho sentita definire. E questo accentua il problema,ma non mi di lungo perché lo conosciamo. Dalle statistiche sulla “non frequenza” soprattutto del mondo della mezza età (genitori) e giovanile, dalla mentalità che viene diffusa dai mass-media, dalle scelte politiche di gran parte dei cattolici, si può supporre che siamo avviati verso un periodo in cui il messaggio evangelico ha la consistenza del “piccolo pugno di lievito”. Lo Spirito Santo che guida la sua Chiesa ci chiede di riscoprire il progetto di Cristo, che ha definito “ i suoi” nella storia, un “piccolo resto” chiamato ad essere missionario della sua verità fino ai confini del mondo. Non dobbiamo fermarci ad una analisi sociologica e intristirci, ma al contrario vivere la spiritualità della Pentecoste alla base dell’azione pastorale. Non è semplice, ma dobbiamo riconoscere che forse Cristo ha cambiato indirizzo, dirigendosi verso il Sud del mondo. I vescovi denunciano la fede “stanca” dell’Europa.

3 )  i pensieri che seguono riguardano proprio le diagnosi. Sono pensieri discutibili, e certamente ci vorrebbe ben altra documentazione e competenza.

Si torna a parlare dell'impegno dei cattolici in politica, ma guardiamo e verifichiamo quello che è successo negli ultimi vent'anni. Il tema era “la difesa dei valori non negoziabili”, e per quello che ne capisco io, la Conferenza Episcopale Italiana scelse di farlo attraverso le istituzioni, sposando per questo la linea politica del centro-destra, dove stava emergendo tutta la mentalità berlusconiana e si affacciava anche tutta la mentalità leghista. Vennero criticati i cattolici, impegnati in politica, che tentavano un approccio di mediazione con la sinistra moderata nell’affrontare decisioni legislative. Certo anche a sinistra c'erano figure che proponevano discorsi non accettabili. Qual è il risultato di questo? Già allora, per quanto io ne so, non tutti i vescovi condividevano questa scelta, perché il problema è di origine culturale. L’ho accennato nel punto precedente.

Un'altro tema per una diagnosi è quello che riguarda l'educazione cristiana. Conosciamo l'impegno, anche attuale, degli organismi diocesani e di tanti sacerdoti e laici per la valorizzazione degli oratori e di tutte quelle iniziative che riguardano il mondo giovanile. Conosciamo la tradizione ancora viva dell'educazione ai sacramenti dell'iniziazione cristiana. Ma non possiamo nasconderci, che in zone varie della diocesi, gli oratori sono vuoti e la presenza dei ragazzi è giocata al ribasso sui gesti strettamente necessari, per questo anche formalmente richiesti, che riguardano appunto la preparazione dei sacramenti. Possiamo interrogarci e chiederci perché le famiglie non hanno più il senso dell'appartenenza alla comunità cristiana. Questo è il punto: “il senso dell'appartenenza”. Si sceglie un ambiente che è giudicato significativo e formativo in un  progetto di vita cristiana. Non c’è più questo interesse o la comunità cristiana non è interessante? Se non matura il senso dell’appartenenza si vive una adesione formale che presto si spegne.

E su questa domanda introduco un altro tema, quello dei movimenti. Sono numerosi, di varia ispirazione. Raccolgono soprattutto persone di età adulta, che vivono questo impegno nel movimento con grande fedeltà, perché lo considerano l'occasione per riprendere sentieri di fede interrotti a livello giovanile. Hanno anche una fioritura di vocazioni religiose. I movimenti sono mediamente estranei all'attività pastorale della parrocchia. Chiedono che i sacerdoti si interessino di loro, ma non hanno loro l'interesse ad animare la comunità cristiana che si esprime nella vita parrocchiale. Possiamo discutere delle modalità con cui si vive la fede nei movimenti, quanto siano veramente formativi e non solo situazioni di aggregazione consolatoria e di sicurezza. E’ un fatto che esiste tutta questa spiritualità dei sentieri interrotti e ripresi.

Credo che delle opportune indicazioni per scelte pastorali vengano non solo dallo studio  ma anche dall’esperienza di ciò che succede. Mi fermo qui ed esprimo il mio interesse per il punto della politica. Quando ero prevosto a Legnano, nell'anno 2000 o pressappoco, di fronte alla Lega, che distribuiva crocefissi contro il pericolo dell'arrivo del Corano, scrissi su un giornale locale una riflessione, in cui ponevo una domanda rivolta a me stesso: ma che Cristo ho predicato nel nord-est di Milano? Quello del Vangelo o quello della bandiera dei cattolici?  Quello di chi pensa che si può fare il bene solo se si e’ nella stanza dei bottoni, o quello della testimonianza fedele della speranza cristiana nelle vita quotidiana? Quello che e’ la ragione della speranza cristiana, come dice San Pietro, e cui dobbiamo rendere ragione?

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