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96 - OMELIA: CHE PASSIONE – di Don Gregorio Valerio

Categoria: H – Ministero della liturgia Pubblicato: Giovedì, 09 Gennaio 2020

L’omelia è indubbiamente tra le azioni più significative del ministero sacerdotale.

Da sempre oggetto di riflessione. Ricorderemo senz’altro i molteplici interventi di “esperti” non sempre coinvolgenti e convincenti. A differenza di alcuni paragrafi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che è bello riprendere sempre ( i numeri dal 135 al 159, magari accostati a esempi concreti di predicazione quotidiana del Papa stesso nelle messe feriali di Santa Marta). “L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo” (n. 135). E aggiunge: “Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. E’ triste che sia così” (id).

Mi è piaciuto il modo di affrontare la tematica, caratterizzato dalle confidenze tra sacerdoti: punto di partenza per lo scambio di esperienze è stato non qualche studio di “esperti” ma il proprio cuore. Nessuno in cattedra, anzi tutti, e con pensieri sgorganti appunto non da considerazioni astratte, ma dall’esperienza vissuta. E’ capitato in un recente incontro di confratelli, stimolati dalla domanda: come prepari l’omelia?

La risposta di ciascuno fa intuire le ricchezze interiori del sacerdote oggi. Le testimonianze hanno un fascino e quindi una efficacia maggiore che non regole fredde scritte su carta. Il rammarico è stato lo scarso numero dei presenti, appunto perché in questo tipo di incontri più tanti si è maggiore è la ricchezza che circola!

Ricordo qualche annotazione particolare. Quasi un elenco.

“Temo un’esposizione che sappia di libro stampato”. Ciò che il sacerdote avverte, la prima forte sollecitazione è il bisogno di entrare in sintonia con i fedeli; teme il rischio di proporre riflessioni, magari preparate bene e ordinate in una paginetta scritta, ma che “puzzano” troppo di libro. La parola deve incontrare la vita e non soltanto la testa, illuminare sì ma anche accendere ed entusiasmare. Direbbe il papa: le parole devono far ardere i cuori.  “Devo confessare che dopo la prima, non ho più scritto altre prediche“. Personalmente la cosa mi affascina. Non vedo esaltata assolutamente l’improvvisazione pigra, vi leggo invece la passione del comunicatore che vuole coinvolgere in maniera vitale durante la celebrazione il fedele. La cosa è possibile se a monte ci sta una assidua e appassionata “masticazione“ (ruminatio) della Parola. Tu puoi accendere l’altro se la fiamma è ben viva in te. “Quando ci si ferma a meditare e pregare sul testo sacro, allora si è capaci di parlare con il cuore per raggiungere il cuore delle persone che ascoltano” (Aperuit illis n. 5).

L’omelia è inserita nel contesto della “liturgia della Parola”: il primo a prenderne atto deve essere il sacerdote. Se ben fatta attiva o rivitalizza il dialogo d’amore di Dio con il suo popolo. Normalmente è inserita nella celebrazione più importante, sorgiva, della nostra fede che è l’Eucaristia. Ne è un momento cardine. Ogni protagonismo del prete è mortifero: in lui deve essere la consapevolezza del Battista: “Lui deve crescere, io diminuire“. E ha la funzione, l’omelia, di aprire la mente e il cuore all’altra presenza di Cristo, nel pane offerto e nel sangue sparso. L’omelia quindi è tanto più efficace quanto più intensa è la fede e se mira ad alimentare la fede. Occorre bandire fretta e distrazione, anche nella recita delle magnifiche preghiere, del prefazio e in genere dell’eucologia.

C’è il sacerdote che si sente spinto e punta a un duplice obiettivo: quello contemplativo innanzitutto teso a ricercare e proporre il “progetto“ di Dio che così diventa luce orientatrice della storia; e quello concreto di stimolare scelte di vita miranti alla santità nella concretezza del quotidiano. C’è sempre bisogno di ritornare al protagonismo di Dio e di stimolarci nel cammino verso di lui mediante l’amore concreto nelle realtà quotidiane, anche semplici.

La fatica di trovare un linguaggio veramente comunicativo. Forte è il desiderio di comunicare, ma altrettanto la consapevolezza delle difficoltà di entrare in sintonia con l’ascoltatore, di riuscire a tradurre cose grandi in parole “feriali” comprensibili. Certo, è fondamentale il linguaggio per raggiungere l’ascoltatore. Trovare quello adeguato è spesso un “tormento“ non indifferente. La cosa è forse più semplice quando si parla ai bambini. Probabilmente il linguaggio semplice e comunicativo che normalmente si usa con loro sarebbe opportuno anche con il pubblico adulto.

C’è chi avverte il bisogno di mettere un titolo chiaro alle riflessioni che propone. Al riguardo siamo aiutati dal nostro lezionario che prevede un tema specifico per ogni celebrazione domenicale, mediante l’armonizzazione delle tre letture. Pare opportuno evidenziarlo, magari fin dalle ammonizioni iniziali, o comunque mettendolo in chiaro come titolo all’omelia. La cosa orienterebbe l’ascolto dei partecipanti e stimolerebbe il predicatore a dare un ordine armonico e sensato alle sue riflessioni. Forse il clero ambrosiano perde troppo tempo a criticare il nuovo lezionario (indubbiamente ritocchi anche di un certo rilievo vanno fatti), poco invece a studiarlo. Mancano oggi sussidi adeguati. Occorre almeno riprendere quelli resi noti anni fa. La conoscenza della struttura del lezionario è importante per la predicazione. Ed è doverosa: infatti non dobbiamo mai dimenticare che la liturgia, come insegnava il cardinale Martini, è “l’itinerario educativo di Dio“. Dio oggi interviene a guidare la sua Chiesa e il singolo tramite le celebrazioni, nelle quali la Parola e lo sforzo di cercarne l’attualizzazione sono di grande peso.                                     

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