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63 I TANTI VOLTI DELLA CARITÀ di don Virginio Colmegna Presidente Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”

Categoria: L - Ministero della caritas Pubblicato: Lunedì, 03 Luglio 2017

“Casa della carità”. Ricordo che quando Carlo Maria Martini mi disse quale nome avesse scelto per la Fondazione che mi stava per affidare rimasi perplesso. Pur condividendo assolutamente questo valore e pur avendolo messo al centro di tante mie esperienze, mi sembrava che fosse un concetto troppo associato all’elemosina e troppo poco alla giustizia.

Mi sbagliavo. Mi sbagliavo di grosso. E, nei quindici anni che sono passati da quel giorno, alla Casa della carità ho conosciuto sempre di più e sempre meglio i tanti significati e i tanti volti che la parola carità può assumere.

I primi sono ovviamente i volti delle persone che la Casa della carità accoglie, in fondo a via Padova, alla periferia orientale di Milano. Uomini, donne e bambini che arrivano alla nostra porta molto spesso senza nulla, ma con storie alle spalle fatte di sofferenza ed esclusione. Carità significa ascoltarli, abbracciarli, rispettare i loro tempi e i loro silenzi, accompagnarli - se lo vogliono - verso percorsi di autonomia e cittadinanza.

Se davvero si vuole praticare la carità, però, bisogna abbandonare ogni forma di pietismo e assistenzialismo, per far diventare i poveri un punto di riferimento. Con “i più sprovveduti”, come li definiva Martini, vanno create occasioni di incontro, stabilite relazioni, condivise esperienze, per cercare di guardare il mondo dalla loro prospettiva.

È un cambiamento culturale forte quello che chiede la carità. Applicato alla sfera personale, ciò vuol dire lasciarsi interrogare dai poveri, riflettere sul proprio stile di vita, renderlo semplice, sobrio e aperto, basato sulla condivisione e la responsabilità, molto più rivolto al noi che all’io.

Lo stesso ragionamento vale per le nostre comunità. Bisogna anche interrogarsi sulle cause dell’esclusione e sul modello di sviluppo cui sono legate. Fin dall’inizio del suo papato, con l’enciclica Laudato si', Francesco invita con forza a reagire “alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro”. Vista in questa prospettiva, la carità non ha niente a che fare con l’elemosina pelosa che sgrava le coscienze. Vista in questa prospettiva, la carità è giustizia. O, meglio, carità e giustizia sono due concetti indivisibili.

Infine, vi è il significato di carità legato alla contemplazione. La carità non può essere solo operosità. Deve esserlo, ci mancherebbe, ma deve sempre avere anche una forte dimensione contemplativa. Per trovare il senso ogni giorno, dentro sé stessi, di fronte a storie che rischiano di far soffrire troppo o, al contrario, di farci diventare cinici e disincantati. C’è il momento dell’ora e quello del labora. Lo insegnava la regola benedettina e lo mettevano in pratica i monaci secoli fa. Ma, per la sua grande contemporaneità, è una lezione oggi tutta da riscoprire.  

Per maggiori informazioni sulla Casa della carità:  www.casadellacarità.org

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