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82 “I VOLTI, IL TEMPO E LE COSE NELLA VITA DI UN PRETE IN CITTÀ” di don Angelo Casati

Categoria: M - Autoformazione Pubblicato: Venerdì, 23 Novembre 2018

Vi devo alcune premesse: nel ricevere questo invito sono stato oggetto da parte vostra di un pensiero. Essere pensati, concepiti, anche da vecchi, è un po’ come venire alla luce, Immaginate poi quando a pensarci è Dio.

Vi ringrazio. Ma insieme vi dico i miei limiti: immagino che non vi dirò cose nuove, vi dirò cose che voi direste con una profondità e limpidezza maggiore della mia. Forse cose che è bene che ci diciamo.

Altra premessa: riguarda come sono fatto io, che ho un modo di parlare ondivago, rapsodico, poco coordinato. Ma soprattutto soffro di partigianeria, io sono parziale, un po’ partigiano. Ho fiducia che questa mia parzialità e partigianeria trovi un rimedio nella nostra successiva condivisione.

Ultima premessa il mio intervento riguarderà meno strategie pastorali, sono vecchio. Ma più atteggiamenti, se così si può dire, dello spirito.

E vengo al tema che Don Gianni mi ha proposto: I volti, il tempo e le cose nella vita di un prete di città.

 

I volti.

 

Questi, dell’Avvento, sono i giorni dell’attesa del volto, quello di Gesù. A 87 anni ancora prego: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. Ancora lo cerco, ancora lo attendo. Sento la preziosità di quanto ci è dato, e cioè di emozionarci ogni volta che apriamo le Scritture per la possibilità di intravedere per esili fessure qualcosa di inedito del suo volto. Pensando agli anni, questa cosa mi emoziona. La sento come una grazia, non è cosa mia.

I volti. Non so se si può parlare di una pastorale dei volti. Anche la città, maledetta e benedetta città, è fatta di volti. Volti da guardare. Non se sono partigiano nel dire che in principio di una pastorale stanno i volti. Una possibilità che si apre. I volti chi ce li toglie? Stare in attesa dei volti.

Non finisce di affascinarmi come Gesù, prima cosa, si fermasse al volto, il volto della donna, povera, vedova, che getta due spiccioli nel tesoro del tempio, o il volto di Zaccheo, o quello del cieco. Mentre i farisei passeggiano nel tempio esibendosi in lunghe vesti, lui si commuove a un volto, non solo vede ma invita a guardare un volto, quello di una silenziosa, donna povera. Mentre la truppa degli osannanti procede imperterrita dietro lui per la strada, lui si ferma e alza lo sguardo a quell’uomo, piccolo di statura, che ha cercato una postazione di avvistamento sull’albero. Ancora, si ferma vedendo il cieco, lo vede mentre i suoi altro non facevano che un gran discutere di morale. I volti.

Preti in città. Starei per dire che forse ci tocca ancor più una passione per i volti. E sembra una contraddizione. Ricordo una sorta di spaesamento che mi prese quando il card. Martini mi propose di venire a fare il prete a Milano. Quasi la paura dell’anonimato per uno che veniva da una parrocchia dove dava nomi. L’anonimato che potrebbe indurci alla fuga. Ma lui, il Cardinale a sorreggermi mi disse “Se posso far pendere la bilancia verso Milano, ti dirò che là dove andresti, non hai niente da costruire, non c‘è nemmeno un metro quadro per farlo. Ma tu sai che la cosa importante è costruire relazioni”. Voi mi capite, mi invitava ai volti.

Se parlo senza prima aver guardato i volti, le mie sono parole vuote. Lui li guardò in volto Cleopa e il suo compagno di viaggio: avevano il volto triste.  Alla fine si dissero: “Non ci ardeva il cuore in petto mentre ci spiegava le Scritture lungo il cammino?”. Prima legge il volto, poi parla.

Non entro nelle analisi del nostro tempo. Capisco in parte i lamenti per la secolarizzazione. Non abbiamo folle osannanti. E se la risorsa fosse il volto? E non potrebbe essere – mi direte che sogno – una opportunità che abbiamo tra le mani proprio in un tempo in cui assistiamo all’impero devastante di un io prevaricatore, persino volgare, che cancella il volto dell’altro, perché deve trionfare il suo?

Negli anni, da quando ho letto il suo libro “Ritornino i volti” non ha mai smesso di accompagnarmi una pagina, che mi è diventata cara, di un filosofo, don Italo Mancini. Insegnava allora filosofia delle religioni e filosofia del diritto presso l’università libera di Urbino. Io ero rimasto affascinato dalla sua riflessione sul volto, una riflessione che attingeva a un grande filosofo, Emmanuel Lévinas. “Un volto” – scriveva – “da guardare, da rispettare, da accarezzare… il volto la parte più indifesa di noi, la parte più esposta, la più rivelativa”.

Nel volto è scritta una storia, quella irripetibile, di una donna, di un uomo. Pensate quante strategie pastorali inventate come se la gente avesse un unico volto.

In modo particolare oggi, in modo particolare nella città, ognuno si affaccia con la sua storia. Per certi aspetti potemmo sentire la difficoltà di un simile approccio, e la tentazione della fuga o del rimpianto dei tempi in cui una cosa andava bene per tutti.

Nel bellissimo testo del card, Martini su Giona che don Gianni ci ha mandato, veniva annotato lo sconcerto che oggi spesso patiamo, ma annotata anche una fessura per uscirne. Scrive il card. Martini: “Dobbiamo accettare con umiltà i limiti mentali nostri e quelli della nostra epoca. Una caratteristica della postmodernità è data dal fatto che, a differenza di quanto avveniva nel passato, noi oggi non sappiamo tutto, possiamo fare tecnicamente tutto, ma non cogliamo il senso di tante cose. Siamo allora chiamati a superare i limiti della nostra conoscenza con l’amore. Se non sempre riusciamo a capire, sempre possiamo amare, amare è un modo di sanare la frattura di significato che agita la società contemporanea. Amare è una conoscenza più profonda che non sbaglia perché è imitazione del Dio che conosce e ama”.

La fessura è questa: non tutto capisci, ma puoi amare. Puoi fermarti ai volti. Voi mi capite, dopo sessant’anni che sei prete ti rimane dentro la passione per i volti, ai volti non puoi fare l’abitudine. Puoi solo fermarti come a una soglia su cui indugiare con rispetto, la soglia da venerare. E questa – lo ripeto – mi sembra una opportunità per il vangelo oggi: in un mondo in cui tutto è consumato, in cui anche le persone si sentono usate e consumate, poter testimoniare lo sguardo di Dio, di Gesù, che custodisce una tenerezza ingualcibile, essere preti della tenerezza, essere comunità della tenerezza. Il contrario del clericalismo. Far sì che chiunque entri o passi, possa dire: “io ho un posto nei suoi occhi”. Hai trovato occhi che non ti pesano per il titolo, le cariche, i beni che hai, ma per quello che sei, per così come sei.  E’ una notizia buona: a volte la gente se la passa, avviene con un tam tam.

Una tenerezza, quella che arriva ai volti, che ci salva dall’eccesso dell’organizzazione, dal prevalere dell’istituzione che spesso crea spaesamento nell'altro quando da “straniero” avvicina un mondo, il nostro, che gli è sconosciuto. Che cosa trova per prima cosa?

Con il suo linguaggio concreto e vivace il 23 maggio 2013 Papa Francesco parlando dei discepoli che volevano zittire il cieco che gridava, diceva: “Pensiamo ai cristiani buoni, con buona volontà; pensiamo al segretario della parrocchia, una segretaria della parrocchia… ‘Buonasera, buongiorno, noi due – fidanzato e fidanzata – vogliamo sposarci’. E invece di dire: ‘Ma che bello!’, dicono: ‘Ah, benissimo, accomodatevi. Se voi volete la Messa, costa tanto…’. Questi, invece di ricevere una accoglienza buona – ‘E’ cosa buona sposarsi!’ – ricevono questo: ‘Avete il certificato di Battesimo, tutto a posto…’. E trovano una porta chiusa. Quando questo cristiano e questa cristiana ha la possibilità di aprire una porta, ringraziando Dio per questo fatto di un nuovo matrimonio… Siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”.

“Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario: ‘Voglio battezzare il bambino’. E poi questo cristiano, questa cristiana le dice: ‘No, tu non puoi perché non sei sposata!’. Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova? Una porta chiusa! Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte! E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo: il sacramento della dogana pastorale!”.

E’ guardando l’altro, è ascoltandolo che sfuggiremo, sfuggiremo all’inganno di proporre cose come se il mondo fosse fermo ad ieri. Il volto se lo leggi se lo ascolti, ti racconta l’oggi con le sue luci e le sue ombre.

Un volto quindi da guardare, da accarezzare, da accarezzare prima di parlare.

 

Il tempo

 

Il tempo di un prete in città. Da un lato mi sorprendo a pensare a un tempo breve, dall’altro a un tempo lungo. Abbiamo a che fare con un tempo breve e con un tempo lungo.

Il tempo breve. Il tempo dell’altro, della donna e dell’uomo che incrociamo, che accompagniamo è un tempo breve: penso alle donne e agli uomini di oggi, che hanno a disposizione ritagli di tempo. Anche per cose importanti. Poco tempo, soprattutto in città. A che ora ritorna a casa la gente? Il lavoro che invade i tempi. A volte rimane loro poco tempo per guardarsi negli occhi e per parlarsi. Restituiamo dignità al poco tempo.

Ricordo l’invito del card. Martini a dare stima e cura alle relazioni brevi. Quelle di passaggio. Noi siamo abituati a dar valore al tempo lungo, anche nelle omelie!

Il tempo breve – voi mi capite – ci chiede l’essenziale, la parola giusta al tempo giusto, che è quello e non altro. La parola giusta è Gesù di Nazareth, che ha ancora un fascino in coloro in cui è rimasta in qualche misura impigliata la memoria. Il pericolo è che se ne stia scolorendo il nome e il racconto. La mia sensazione è che oggi, nel tempo breve, non ci tocchino chissà quali dissertazioni, né una pletora di documenti, né forse grandi convocazioni. Ma credere in Gesù e nella notizia buona del suo vangelo. Se indugi lì, qualcosa accade, arde il cuore. Occorre scrostare l’affresco.

Mi ha colpito il finale di un articolo apparso su Repubblica qualche settimana fa, dove si parlava del Sinodo dei giovani, e, ancora, fra l’altro di una certa scommessa sulle grandi convocazioni, quando la modalità del convenire dei giovani è già cambiata. La domanda finale era questa: “Non sarà che nella cassetta degli attrezzi abbiamo dimenticato Gesù Cristo?”. Il tempo breve chiede luce su ciò che fa ardere il cuore.

Apro una parentesi e la chiudo sul tempo della preghiera del prete in città. Se riduco la preghiera a momenti e luogo, posso dire che il tempo è breve o che è poco il tempo. Ma lo vado invece dilatando se pregare è un atteggiamento dello spirito, un respirare la presenza di Dio, che non è legata a un momento, né a un luogo, né solo allo spirito.

Il tempo breve nella città, ma anche il tempo lungo. Il tempo della semina e non vedi il frutto. Noi vorremmo misurare subito. Noi siamo quelli dei risultati. E non del passaggio della grazia, che ha i passi del silenzio. Ci è chiesto di seminare. E anche di non vedere. Ma di sfuggire all’insensatezza di chi, non vedendo risultati apparenti, nella stagione fredda dell’inverno va dicendo che tutto è morto. Ci è chiesta la pazienza del contadino che il vangelo invita ad andare a dormire, perché sia che vegli sia che dorma l seme cresce da sé nel cuore della terra. Mi sono chiesto se dalla fede nell’operare di Dio non nasca anche una pedagogia del sonno. Una certa frenesia ecclesiastica mi lascia più di un sospetto.

Noi vogliamo affrettare i tempi. Ma da gestazioni pressate, che non rispettano i nove mesi, nascono mostri.

Accogliere il tempo lungo significa anche rispettare la fragilità. Che spesso noi censuriamo. Mentre Gesù era della razza di coloro che fasciano canne incrinate e danno goccio d’olio agli stoppini fumiganti.

La fragilità altrui ci ricorda la nostra. Una fragilità che è da accogliere senza traumi, da amare. I mostri di perfezione spesso fanno paura. In un libro di Eugenio Borgna, “La fragilità che è in noi”, ho letto questo pensiero prezioso per me:La fragilità è desiderio di ascolto, di gentilezza, di servizio a sé e agli altri, e ci consente di sfuggire al fascino stregato delle ideologie, al deserto della indifferenza e dell’egoismo, della aggressività e della violenza”.

 

Le cose

 

Forse non ce ne servono troppe e soprattutto non ci servono quelle immobili.

Tra le cose uno potrebbe pensare all’edificio chiesa. Certo, purché la fragilità si senta ospitata e il volto accarezzato. E soprattutto arda un fuoco, quello della parola e del pane spezzato. Forse c’è un troppo, anche qui, che ha ricoperto l’affresco. C’è un linguaggio che non appartiene al nostro tempo. Non so sino a quando si dovrà parlare un linguaggio che un uomo dello spirito, mesi fa, mi diceva antropologicamente inaccessibile ai giovani di oggi. A monte di troppi testi c’è un'altra antropologia. Che viene dal medioevo.

Ho come l’impressione che noi siamo ancora confinati sulla sacramentalizzazione. Certo ci appassiona il sacramento: c’è un cuore che batte se il simbolo parla. Bello portare gente al fuoco. Ma vecchio come sono, penso che sarà una minoranza quella che porteremo alla celebrazione. E, allora, per il rimanente? Per gli altri che sono moltitudine? Potremo inventare luoghi che non siano così appartati come un confessionale ma neppure così chiassosi come un bar, annotava anni fa Sequeri. O dare spazio a santuari nella città dove viva il silenzio, forse una musica, certo la bellezza.

Ma, lasciatemi dire, è come mi sentissi chiamato a un arrovesciamento. Saremmo pur sempre all’interno, dove tanti, i più, non transitano, Occorre che preti e laici ci educhiamo a stare fuori. A stare – ecco la cosa – a stare nei racconti. Come fu per la chiesa degli inizi. Che certo celebrava, e già era un celebrare nelle case, ma poi era sulla strada, un luogo dove le iniziative non sono tue, dove non ci sono steccati, dove non conti per il titolo che hai, ma conti per la tua capacità di ascoltare racconti e di entrare nel conversare con il tuo racconto.

 

Finisco con una icona che da sempre mi ha affascinato quella che abbiamo incrociato qualche domenica fa in una lettura degli Atti. Allora il mondo cristiano non aveva ancora costruito chiese e l’eucaristia era intorno a una tavola. Là il racconto non finiva tra le pareti, era per le strade. Ed ecco che l’angelo spinge il diacono Filippo – diacono, questo allarga i soggetti della testimonianza – su una strada deserta. Ma è deserta? Ma c’è deserto del cuore: potremmo obiettare noi. Passa un carro: accostati e sali. Ascolta uno che sta leggendo, entra adagio adagio nelle sue parole, legge la bibbia, legge la creazione, legge la sua vita, legge questo mondo, legge un dolore, legge una devastazione di senso, legge un brivido di bellezza. Ascolta, hai da imparare. E hai anche da raccontare, raccontare di Gesù: “Pronti” è scritto nella lettera di Pietro “a rispondere della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pietro 3, 14-15).

Per il resto, ad allargarmi il cuore riguardo la salvezza oltre i confini della pratica sacramentale, ho da tempo un pensiero: giustamente abbiamo dato molte energie e molti sforzi per una educazione alla fede, forse meno tempo e meno impegno per educare alla carità.

Che cosa voglio dire? Che molti all’ultimo giorno, molti di quelli che non avranno frequentato le nostre chiese, i nostri ambienti, che non avranno conosciuto Gesù si sentiranno dire: “Lo hai fatto a me”.

Questo significa godere che molti si lascino condurre nel loro cuore dalla passione per la giustizia, per la solidarietà a tutti i livelli. Educare a questo significa tenere certa nel cuore la speranza che Dio li riconoscerà. Tra le cose della città da incoraggiare i luoghi dell’incontro con l’altro, con chi ha fame e sete. Educare all’attenzione all’altro, stanare dall’indifferenza, dalla spietatezza, dall’esclusione. Non importa dove questo avviene, se nelle case o per le strade, se fuori dai nostri recinti.  Avrai creato un passo verso il Signore.

Ricordo – e chiudo – con un brano di una lettera di Don Milani. Mi è rimasta molto cara, forse anche perché, dopo molti anni, ho incontrato l’interessata, che poi era diventata psicanalista, Nadia Neri. Allora, quando Don Lorenzo le scrisse, era una ragazza, che si torturava su Dio o non Dio.  E Don Lorenzo la invita a finire di bucarsi la testa con il problema dell’esistenza o no di Dio. Le scrive: "Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io per poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può fare scuola senza una fede sicura.  E' una promessa contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono se stessi amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. "Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.". Non sarà che forse restringiamo le vie di Dio? Allarga le vie della salvezza! 

(Meditazione del ritiro del decanato centro storico – 20 novembre 2018)

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