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40 IL PRETE E LA POVERTA’ di Don Giorgio Salati "Intervento al Consiglio Presbiterale del 26 aprile 2016”

Categoria: M - Autoformazione Pubblicato: Mercoledì, 15 Giugno 2016

Vorrei proporre tre riflessioni. 

 

  1. Sono convinto che noi preti stiamo bene. Forse non siamo ricchi, ma certamente non siamo poveri. Abbiamo garantiti: la casa, il riscaldamento, le altre utenze. Possiamo permetterci tutto: l’I-pod, l’I-phone, l’I-pad, l’I-tech… Possiamo fare, gratis, viaggi in ogni parte del mondo chiamandoli pellegrinaggi o viaggi culturali: se raggiungi un certo numero di partecipanti la gratuità per il prete è garantita.

Amministrando i soldi della parrocchia possiamo permetterci di sistemare a nostro piacimento l’appartamento dove abitiamo o abiteremo; possiamo ristrutturare l’appartamento che il nostro predecessore aveva sistemato pochi anni prima, possiamo allargare l’ufficio o la camera demolendo pareti, o di due bagni farne uno più ampio (sono cose realmente accadute).

Siamo assicurati per ogni malattia, per gli infortuni. Siamo in una botte di ferro.

Se poi abitiamo in paesi piccoli - come capita a me - possiamo godere della generosità di commercianti che non chiedono il pagamento di alcuni prodotti, o della benevolenza del barbiere o del meccanico che alla richiesta del conto rispondono sempre: “va bene così”.

Un consiglio: alleniamoci a svuotare il nostro conto corrente, tenendo il minimo essenziale per cambiare l’auto e per il dentista. Diecimila Euro possono bastare. Se dovessero mancare… pagheremo a rate. Intanto abbiamo lo stipendio garantito a fine mese!

  1. Il povero non è colui che ha poche cose, ma colui che deve chiedere, che deve dipendere dagli altri. Se ci poniamo su questo piano, dobbiamo riconoscere che noi siamo molto ricchi. Siamo autonomi nelle nostre scelte, possiamo disporre dei nostri soldi personali come vogliamo (non abbiamo la moglie che ci contesta le spese). Il prete secolare non deve rendere conto a nessuno dei suoi soldi, né di quanti ne ha in banca, né di come li spende. (Talvolta i parroci sono poco trasparenti anche nell’amministrazione della parrocchia…).

Una forma di ricchezza è anche quella di non vivere il confronto con gli altri, non partecipare agli incontri dei preti di decanato. Facciamo tutto da soli, non dipendiamo da nessuno.

Un consiglio: cerchiamo forme di vita comune, cerchiamo luoghi e tempi di confronto con altri preti per allenarci a non far da soli, nelle scelte pastorali e nelle scelte economiche.

  1. Il Manzoni ne “I promessi sposi” narra che il marchese che era entrato in possesso del palazzo di don Rodrigo fece una grande festa per Renzo e Lucia il giorno dopo il matrimonio. Dice così: «Mise a tavola gli sposi, con Agnese e la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl’invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto che era umile, non già che fosse un portento di umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari». Una nota dell’edizione che ho letto ultimamente dice a riguardo: «Ne abbiamo esperienza quotidiana: gentiluomini, nobildonne e prelati servono i poveri ai desinari di carità, i malati negli ospedali, sempre pronti a “mettersi al di sotto di quella buona gente”, ma mai però alla pari: non li inviterebbero alla loro tavola, non dormirebbero nelle corsie dei loro ospedali. Ci vuole più umiltà a mettersi alla pari degli umili, che al di sotto; perché mettersi al di sotto provoca l’ammirazione e la lode, e può lusingare il nostro misero amor proprio e così risolversi in un atto di vanità o di superbia, sia pure inconsapevole.

Un consiglio: fermiamoci a mangiare con i senza dimora invece di dar loro dei soldi; condividiamo la nostra mensa con i poveri invece di allungare un pacco pieno di cibo, facciamoli sedere alla nostra tavola.

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