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67 SUL CORAGGIO DI USCIRE di don Paolo Alliata

Categoria: M - Autoformazione Pubblicato: Giovedì, 24 Agosto 2017

Trovo che uno dei più bei film di animazione degli ultimi anni sia I CROODS. Spesso ormai i film di animazione (i cartoni animati di una volta) sono dei capolavori di umorismo ed acume pedagogico…

Questo film è un gioiello. Affronta con fine umorismo ed intelligenza profonda una delle ansie educative delle famiglie dei nostri tempi, proiettandole nel mondo della preistoria. I Croods sono appunto questa famiglia preistorica, tre generazioni riunite, la nonna suocera, il papà e la mamma, tre figli (la adolescente, che comincia ad entrare in conflitto con i genitori perché sta cercando i suoi spazi vitali, il figlio un po’ tonto, la bimba piccola che ancora non parla). Grug è un papà iperprotettivo, che sente in modo esasperato (ma si può dargli torto, con quel che c’è fuori dalla caverna?) la sua responsabilità di difendere la famiglia, e che deve fare i conti con il mondo che cambia. Eh già, perché il loro mondo cambia, i continenti si stanno separando: ogni tanto c’è un terremoto che ringhia, a ricordare a tutti che le cose non stanno mai ferme, che non si può trattenere il mondo di prima, né impedire a quello nuovo di sorgere…

Ed eccolo lì, il buon Grug, che vive trattenendo la famiglia nella caverna, perché lì è sicuro, lì è tutto sotto controllo… “La paura ci tiene in vita” è il suo ritornello, “Tutto ciò che è nuovo è male”. Come si fa a sopravvivere in un mondo ostile, tanto più pericoloso perché in fase di cambiamento? Stando barricati quanto più possibile nella caverna, per uscirne solo quando la fame si è fatta insopportabile.

Ma accade l’inevitabile. Grug deve fare i conti con il fatto che, ad un certo punto, la grotta non c’è più. Perché il mondo crolla, il mondo cambia, e diventa necessario elaborare nuove strategie per fare i conti con il dato di fatto: non si può più vivere nascosti nel mondo di prima. La paura non basta più a sopravvivere.

Fa da contraltare al padre la giovane Hip, adolescente irrequieta, che mal sopporta le restrizioni di una vita compressa e monotona in una caverna umida e buia. In modo rocambolesco Hip incontra il giovane Guy, “incamminato verso il futuro”. Guy le confida fin dal primo incontro: “Io cammino verso il domani… un posto pieno di luce”. La adolescente innamorata del sole, che si arrampica ogni volta che può sulle rocce più alte ad accarezzare la luce del giorno, sente il cuore avvampare. Uno dei momenti di svolta del film sarà quello in cui, una volta per tutte, Hip prende la decisione: “Io vado con Guy”. Basta caverne, non più nascondersi: io vado con Guy, la vita mi chiama e io le vado dietro.

“Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43) grida Gesù di fronte alle spoglie mortali (anzi, proprio morte) dell’amico. E’ la Vita che chiama a venire fuori dalla grotta, dal sepolcro, dalla condizione di chi si è  rintanato nella paura, dalla vita diminuita, sepolta nella morte. “Lazzaro, vieni fuori!”. “Io vado con Guy”.

La fede è questo: Gesù che mi chiama per nome ed io che gli vado incontro camminando sulle mie gambe; la vita mi chiama ed io comincio ad esplorare il mondo nuovo, perché non è vero che “il nuovo è male”, non è sempre vero che “la paura ci tiene in vita”, perché la paura può diventare una prigione. E’ davvero vivo chi cammina con le proprie gambe, esplora il mondo nuovo che gli si distende davanti, cerca, traccia il suo sentiero, rischia vie nuove, affronta le sue paure quando sente che lo trattengono, come le bende impacciano Lazzaro.

Il Signore Gesù chiama Lazzaro per nome, lo chiama alla relazione con lui – “Vieni fuori!” – ma ancora le bende lo trattengono. Noi non siamo nati per essere trattenuti dalle bende, noi siamo nati per camminare incontro alla Vita che ci chiama, assumendoci i nostri rischi.

Papa Francesco, nella visita alla Diocesi di Milano, lo scorso 25 Marzo, l‘ha detto apertamente a noi consacrati. Alla domanda su come facciamo, in tempi come questi, ad essere pescatori di uomini, a prendere pesci ed essere evangelizzatori efficaci, il Papa ci pensa un momento e poi dice: – Ma l’evangelizzazione non è innanzitutto prendere pesci, l’evangelizzazione è innanzitutto questione di prendere il largo… - Non sarà una considerazione nuova, ma è sempre una rivoluzione! Non si tratta di fare la conta dei pesci (i risultati, i numeri) ma di affrontare con il piglio dell’avventuriero d’alto mare la sfida delle profondità dell’Oceano. Puoi trattenere i pesci, “il largo” non lo puoi trattenere: sei tu che ti fai prendere dal largo, sei tu che ti metti in  gioco, sei tu che ti liberi delle bende e vai perché la vita ti chiama… perché non è vero che tutto il nuovo è male e non è vero che la paura ti salva sempre.

Cominciare è sempre difficile. Nel film, subito dopo il crollo della caverna, precipitati in uno sconosciuto “mondo di sotto” di cui non sospettavano l’esistenza, i Croods cercano anzitutto una nuova caverna in cui ripararsi. I primi passi nel pericoloso nuovo mondo sono incerti e malfermi: Grug davanti, gli altri a seguire in fila indiana, un passo per volta: “Avanti… fermi! Avanti… fermi! Avanti… fermi!”. Iniziare il cammino di libertà è sempre difficile, sempre faticoso: ognuno di noi fa i conti con questo, ma noi diventiamo uomini e donne buoni quando diventiamo uomini e donne liberi, liberi anche di sbagliare, liberi di provare, liberi di cercare. Tommaso d’Aquino, che era uno che di queste cose ci capiva, diceva: “Sapete, uno non può essere buono, non può essere un soggetto morale, se non sa fare almeno queste due cose: giocare e riposare” (non è che l’ha detto proprio così, ma insomma…). Bello, no? Giocare e riposare. Se uno non sa fare queste due cose non può essere un soggetto morale, non può essere una donna buona, un uomo buono, cioè libero. Magari starà sempre nelle regole, però le regole ci sono per camminare: ciò che è importante è il cammino, non la regola. La regola non è una grotta in cui ti infili e dici: “Ah, ecco, sono a posto!”. Ma no, macchè a posto, da qui devi partire…

Il Caravaggio ha dipinto una straordinaria “Risurrezione di Lazzaro”, un dipinto grande, quasi 4 metri per 3. Lo dipinge prima di morire, solo e fuggitivo, preda dell’angoscia di esser raggiunto dalla mano della giustizia che lo ha condannato a morte. Non ci sorprende che proietti nei suoi quadri la sua inquietudine. La “Risurrezione di Lazzaro” è una tela animata da una luce farneticante, che piove da sinistra, da una sorgente di luce alle spalle di Gesù. Ma non è una luce ben orientata, un fascio di luce definito (come spesso, invece, nei quadri del Caravaggio): qui è una luce a sprazzi, un ribollire incerto di energia luminosa. Gesù, con un gesto che richiama la Creazione di Adamo nella Cappella Sistina, sta come ricreando il Lazzaro che si è disfatto, che da quattro giorni va decomponendosi. Lo chiama: “Vieni fuori!”. Lazzaro non viene fuori. Non è il dipinto del Beato Angelico, dove Lazzaro se ne esce bello bello dalla camera sepolcrale scavata nella roccia, mani giunte, come in preghiera, il viso roseo di un neonato in fasce. Qui c’è invece un Lazzaro che “viene fuori” dalla tomba (a pozzo) perché lo stanno tirando fuori a forza: c’è uno che lo sta abbracciando per sostenerlo sul vuoto, e Lazzaro è attraversato da una poderosa scarica elettrica, che lo attraversa per tutto il corpo, gli fa spalancare le braccia, gli fa assumere la posizione del crocifisso… qualcuno lo ha definito “un Lazzaro renitente”, che non ha ancora deciso se consegnarsi alla vita o lasciarsi ripiombare nella  morte. Il sepolcro è aperto sotto di lui, ci sono  ossa, c’è un teschio, polvere di morte antica, e Lazzaro è lì, sulla soglia della vita nuova: deve decidere se consegnarsi al gesto di Gesù, alla parola di Gesù, che lo chiama a sé, alla Vita, o se rifugiarsi nella caverna, come i Croods, per risparmiarsi il rischio di diventare vivo e libero, cioè profondamente buono.

La fede è un modo di celebrare il mistero della vita, che ci chiama ad uscire, a venire fuori, ad affrontare il cammino, a imparare a sbagliare per imparare a camminare. Questo vuol dire vivere, ed è questo che noi celebriamo.

Quali lacci, quali bende ci trattengono? Quali paure ci stringono?

Trovo che i lacci più ricorrenti siano almeno due. Il primo è il non perdonarmi. Che cosa succede quando celebro il Sacramento della Penitenza? Sto facendo un atto profondo di fede nel dire: “La Tua Parola, Signore, è più forte del mio senso di colpa. Io mi metto nelle Tue mani perché Tu mi dici: Vieni fuori!  Io voglio venire, ma ancora non mi decido… c’è questa voce dentro di me, il mio passato, il mio senso di fallimento, mentre “i miei peccati - come si lamenta il Riccardo III di Shakespeare, nel suo terribile monologo notturno -  si affollano alla sbarra e gridano: Colpevole! Colpevole!”) . Che cosa farò di me? Mi rintanerò nel mio sepolcro e dirò: Non c’è futuro per me, non c’è un domani per me verso cui camminare, troppo grave è la mia colpa? Ma lo Spirito del Signore ti attraversa come una scarica elettrica, come una luce vivificante, vuole rimetterti in piedi: consègnati. Dio è Dio, Dio è il Signore della vita, Dio è all’opera per farti rifiorire, consègnati alla potenza di vita che ti attraversa. Il primo laccio che mi trattiene, la prima benda che trattiene Lazzaro dal ritornare a camminare, è il non consegnarmi al pentimento, che vuol dire rompere il laccio del passato vissuto come una scusa. Lo spezzo quando dico in verità: Signore, ho peccato, ti consegno il mio cuore spezzato dalla mia stessa colpa… dammi una vita nuova, Tu sei più grande della mia chiusura nel sepolcro.Mi assumo la mia responsabilità di rinascere, cioè di accogliere il tuo dono di vita nuova.

Il secondo laccio è quello del rancore, che poi diventa odio. L’odio di per sé non è un problema, naturalmente. E’ uno dei sentimenti che ci abitano: più che combatterlo, meglio accoglierlo e comprenderlo. Il problema è che è un fardello pesante da portare, è faticoso da gestire… qualche volta ci sembra che le nostre energie migliori siano impegnate a dibattersi disperatamente dentro quel grumo di risentimento e rancore che ci tiene incatenati a rimuginare: Quel tale mi ha fatto questo, non posso perdonarglielo. Ed io gli consegnerò potere su di me, per il fatto che mi ha fatto questo? Io accetterò un cammino rallentato, in ragione del fatto che lui mi ha fatto questo? Accetterò di  passare la mia vita a recriminare che lui mi ha fatto questo? Ma io voglio camminare! voglio andare libero, imparare a liberarmi, e quindi mi faccio carico di quel che vivo: Io soffro perché lui mi ha fatto questo, io mi prendo la mia sofferenza, me la vivo, me la piango, me la elaboro e avanti! il futuro mi chiama.

“Immagino che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano così tenacemente al loro odio sia perché sentono che, una volta esaurito l’odio, saranno costretti a vedersela con il dolore” (James A. Baldwin). Se io smetto di odiare dovrò occuparmi del mio dolore… è forse più facile che io viva nel risentimento per il male che ho subito, piuttosto che accettare la mia sofferenza, attraversarla e lasciarmela alle spalle… Già, forse è più facile, ma in questo modo Lazzaro non tornerà a camminare, e le bende rimarranno serrate.

Lo Spirito del Signore ci attraversi con l’impeto della scarica elettrica. Ci rimetta in piedi, ci faccia affrontare il cammino, ci chiami dal profondo a venir fuori… “Io vado con lo Spirito del Signore, io vado con Guy, incontro al futuro, un luogo pieno di luce… perché ho imparato a camminare un po’ per volta, non mi faccio trattenere dalle mie paure, non mi faccio trattenere dal mio risentimento contro me stesso nè contro l’altro. Io voglio camminare e, così, diventare un po’ più libero”.

Lo Spirito del Signore ci accompagni nell’avventura della vita. 

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