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4 MISSIONE IN PERU’ di don Paolo Alliata

Categoria: R – Pastorale sociale Pubblicato: Giovedì, 17 Luglio 2014

“Ma quanti metri di vuoto ci sono, lì sotto?” penso tra me e me… Ostento inesistente tranquillità ai miei compagni di viaggio, mentre la combi sconquassata che ci trasporta cigola sferragliando sulla polvere delle Ande.

“La prossima volta che hai voglia di avventura… fattela passare o leggi Salgari, che è meglio” dico a me stesso, avvinghiato al sedile del pulmino (combi, appunto, lo si chiama in Perù). Ormai al sedile ho dato la mia forma… Tredici ore di viaggio sulle strade peruviane, dopo le diciassette di volo (più lo sciagurato scalo intermedio a New York: dieci ore…) hanno spento la mia sete di avventura e acceso un incandescente desiderio di star fermo…

Sorrido a Irene, la giovane volontaria dell’Operazione Mato Grosso che con piglio eroico è venuta a prenderci a Lima per fare il viaggio con noi.

“Che meraviglia, questo viaggio – mentisco spudoratamente,  affondando le dita tra le scapole del passeggero davanti a me – quasi mi spiace che sia finito… perché manca poco, vero?”

“Poco – annuisce – appena finito lo strapiombo”.

“Che spettacolo, questo strapiombo… quanti metri ci saranno sotto di noi?”

“Mah, forse trecento… ma più avanti c’è quello vero, lì sono più di cinquecento… ogni tanto ci cade dentro qualcuno…”

E così, quel tardo pomeriggio di un giorno di inizio Agosto, guardiamo la combi ripartire verso il fondo valle. Siamo arrivati. Huacachi è il nome del paese che ci accoglie. Duemila abitanti, forse poco più, nel cuore delle Ande peruviane. Tremilaquattrocento metri di altezza. Siamo qui per lavorare. L’Operazione Mato Grosso, la realtà missionaria fondata negli anni ’70 dal valtellinese salesiano padre Ugo De Censi (tuttora vivente) ha aperto anche qui una missione coraggiosa. Una scuola per una ventina di giovani peruviani, destinata a fornire loro i rudimenti della professione di elettricista e una certa solidità morale per la vita futura. Per questo condividono le giornate, la preghiera, lo studio, la formazione umana e professionale. Tutto gratuitamente. L’OMG è da ammirare per quel che fa in queste (e molte altre) zone del Sud-America.

Siamo undici. Tutti giovani. Anche io, che sono giovane dentro.

In Perù ci ero già stato, alcuni anni prima, sempre con un gruppo di giovani. “Che senso ha portare i giovani fino in Perù?” mi chiedevano perplessi alcuni adulti della parrocchia. “Se vuoi far fare loro l’esperienza del lavoro per i poveri, basta andare nei campi Rom di via Rubattino”.

E’ vero, è così. Ma ci sono tante barriere che ci impediscono di vedere le povertà di Milano: queste barriere ostinate, queste tenaci rimozioni, persistono nel cuore dei miei giovani, e pure nel mio (e pure nel cuore di buona parte di quegli amici che mi parlano di via Rubattino, e non ci hanno mai messo piede né mai ci hanno mosso le mani, n.d.r.). Ha senso andare fino all’altra metà del mondo per imparare a vedere via Rubattino? Io penso di sì. Per questo ogni tanto ci torno, nella Rubattino delle Ande. Si esce dal contesto della vita di tutti i giorni per tornarci con sguardo nuovo, per poter meglio vedere i poveri che abbiamo accanto, avendo condiviso qualcosa con quelli che non vediamo e non vedremo mai più. Andare in Perù ha senso se ti aiuta a stare a Milano con più consapevolezza e profondità di cuore. Ma sei stai a Milano teorizzando sull’importanza di muover le mani per far del bene, rischi di muoverle mai…

Ci sistemiamo in una struttura che fu abitata un tempo da volontari laici dell’OMG. Ora è praticamente vuota, sembra lì per noi. Sarà il nostro nido. Da lì partiremo ogni mattina per i rispettivi luoghi di lavoro.

Cinque di noi vengono destinati a Tarapacà, a tre quarti d’ora di cammino: una delle famiglie più povere del villaggio (nonna, madre, tre bimbi piccoli: il padre ha fatto perdere le proprie tracce) vive sotto un tetto che gli anni e le intemperie hanno reso improbabile. C’è da tirar giù le vecchie tegole, la paglia, il bambù, le travi. E poi soprattutto c’è da portar su tronchi interi di eucalyptus (mica lo sapevo che pesano più della pietra). E da toglier le stoppie dai fusti di bambù, che serviranno a coprire le travi, e che a loro volta saran coperti da tegole e fango. Da sopra quel tetto, a sette metri d’altezza, il Perù sembra più piccolo e il fiato più corto…

A disfare il tetto suscitiamo l’ira di ragni e mosquitos: quelli se ne vanno senza nulla dire, questi si scatenano e mordono senza pietà. Le pulci, invece, ci si affezionano silenziosamente e ce le porteremo con noi fino alla fine del mese: segno della loro amicizia sono i segni dei morsi, come portare nella carne lo spartito di un inno al prurito…

Gli altri sei scendono ogni mattina al villaggio di Colcabamba. C’è da costeggiare il terribile vuoto. La cosa mi aiuta a pregare, mitraglio Ave Marie lungo il percorso e medito sulla fragilità dell’umana esistenza. Ci aspetta un’altra famiglia di poveri, due genitori con i quattro figli (quindici la più grande, sette la più piccola). Qui c’è da tirar su una casa dalle fondamenta… Si traccia il percorso dei muri (ridda di teorie su come tracciare un rettangolo su terreno in pendenza e appuntito di stoppie), si zappa si spala si picchia (perché appena sotto le stoppie fa occhiolino la roccia, mannaggia…) e poi si parte alla ricerca di pietroni per le fondamenta… e poi via con il fango: fango fango fango da impastare, trasportare e gettare nelle due grandi casse di legno, che un po’ per volta danno forma alle pareti. Alle sei e un quarto siamo in piedi, lavoriamo dalle otto e mezza alle dodici e dall’una e mezza alle quattro. Mangiamo quel che Ofelia, la giovane mamma, ci pigia a forza nel piatto, che è sempre troppo piccolo per le porzioni epiche che ci scodella dentro. Un giorno ci accorgiamo che nella zuppa è finita una delle poche galline che razzolavano sulla soglia di casa: tirare il collo ad una gallina (che è un bene prezioso) è il suo modo di dirci grazie…

  Non siamo tanto abituati a lavorare. Lavorare con le mani e le spalle, intendo. I miei giovani sono tutti studenti universitari o già hanno varcato le misteriose soglie del mondo del lavoro (che in questi anni, in Occidente, è più misterioso e cerebrale che mai). Lavorare con mani spalle gambe e muscoli del torace crea le condizioni per pensieri più semplici, sentimenti più fondamentali, preghiere più concrete e ascolto più sincero. Sudare perché Ofelia e la sua famiglia abbiano un tetto dignitoso sulla testa. Lavorare perché Ofelia e la sua famiglia ci sono, esistono, e non hanno un tetto e pareti capaci di circoscrivere uno spazio vivibile. Non c’è nient’altro da dire: siamo qui a lavorare perché Ofelia esiste e ha diritto a che noi siamo qui.

Se quei teorici che fanno il tifo (solo il tifo) per Rubattino fossero qui, capirebbero.

I peruviani son fatti di terra e di pietra. I giovani che studiano alla scuola di Huacachi, e che di giorno in giorno impariamo a conoscere, ci mostrano nei fatti cosa vuol dire lavorare… Più veloci, più forti, più resistenti, più pazienti. Più tutto. Radicati alla terra, ai suoi tempi, rispettosi del ritmo della vita, intessuti di una semplicità solida e mite, i nostri giovani compagni ci fan desiderare di scendere un po’ più in giù, di cercare un po’ di più il nostro contatto con la terra e la sua sapienza… Ci fanno sentire che c’è come una ingenuità che abbiamo perso per strada. Quando pregano, lo fanno sul serio, quando scavano la pietra stanno come pregando, e quando ce le suonano sia a calcio che a pallavolo lo fanno in fraternità.

Non dico che sono senza peccato d’origine. Dico che vien voglia di gestirlo come fanno loro.

Dico che a star con loro sento come l’eco di un richiamo lontano. Viene dal fondo di me. Mi dice che laggiù, nel fondo di me, vive e respira la parte migliore di me, la più vitale. Vive e respira, ma come addormentata. Aspetta da tempo, magari da quando ho iniziato a respirare io stesso, che io scenda a svegliarla con il bacio del principe. Questo “scendere per svegliare la parte sopita di me” gli antichi lo chiamavano “risvegliare il cuore”, era l’inizio della vita secondo lo Spirito di Gesù. Condividere un po’ di vita con i semplici delle Ande mi fa desiderare di scendere di più alle radici addormentate del mio cuore, quelle immerse nella terra (la terra… la terra suggerisce cose diverse dal cemento, mi sono accorto dell’ovvio!).

E l’esperienza, sempre troppo breve, dice che le esperienze forti aiutano i giovani ad allargare lo sguardo, a desiderare più profondamente, ad alzare il tiro sugli obiettivi delle scelte decisive (quelle che si fanno tra i 20 e i 30 anni). Avere il coraggio e la pazienza di proporre esperienze un po’ fuori dell’ordinario, per aiutare a scendere meglio, con più cuore e coraggio, in quelle che la vita ordinaria ci mette davanti… questo mi fa pensare…

Non sono un appassionato viaggiatore. Sono sostanzialmente un pigro, mi muovo da casa a fatica (però per la Terra Santa è diverso). In Perù mi sa che non ci torno più (rima baciata), non è il brivido del lungo viaggio che cerco. E’ il brivido del viaggio corto, invece: il brivido del passo che ho davanti al piede, quando per strada incrocio il buon Miloš e mi viene da tirare avanti passando a lato, anziché andargli incontro a respirare l’alcool che trasuda. E’ quello tra me e Miloš il baratro da superare, io lo so, e però alle volte non lo faccio. Quando non lo faccio, però, ora ho un’arma in più per smascherare me stesso: “Ascolta, ma tu non eri quello che costeggiava precipizi sulle Ande? E adesso ti sei fatto fermare da un precipizio largo un metro…”.

Ecco: se l’avventura in Perù mi ha lasciato in eredità una coscienza un po’ più desta, non è stata vana di sicuro.      ( R. 1 )

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